Convegno di
presentazione della Proposta di Legge n. 240
“Interventi per la promozione di
prassi socialmente responsabili …”
La proposta
di legge regionale che oggi viene presentata, si prefigge di promuovere prassi
socialmente responsabili, in particolare nelle imprese e nelle pubbliche
amministrazioni.
Per noi della cooperazione
parlare di responsabilità sociale di impresa significa parlare del modello
stesso di impresa cooperativa, che è socialmente responsabile per sua natura,
con la RSI nel proprio dna. In realtà cominciamo ad essere anche un po’
preoccupati, per il modo come questo tema rischi di diventare di attualità
perché di moda, perché se ne deve parlare o si deve praticare guardando più
alle forme piuttosto che ai contenuti. In ogni caso è sempre un bene che se ne
parli e che sia anche l’istituzione pubblica a farsene promotrice.
È
indubbio che fin qui è prevalsa l’idea di una sfera economica nettamente
separata da una dimensione etica e sociale, fino all’ubriacatura liberista
riemersa negli ultimi decenni, che ha portato alle estreme conseguenze le tesi
più classiche dell’economia capitalista: dalla “mano invisibile del mercato”
alla “massimizzazione del profitto” come unica legittimazione dell’impresa di
fronte alla società, fino a teorizzare che sarebbe stato lo stesso sviluppo
economico, e la sua intrinseca capacità di autoregolazione, a risolvere i
problemi sociali ed ambientali da esso stesso provocati. È però altrettanto
innegabile che oggi è in atto una tendenza nuova, sia dal lato
dell’organizzazione aziendale – quando si vanno affermando schemi di impresa
c.d. piatta, partecipata, che valorizza la “risorsa umana” – sia per il
fatto che assistiamo, più complessivamente, al riemergere del tema di una
dimensione non solo economica dell’attività dell’impresa; una tendenza che
peraltro sembra, appunto, attingere proprio al patrimonio storico dei valori e
dei modelli dell’impresa cooperativa.
Complessivamente
emerge sempre più la consapevolezza del fatto che il successo di ogni paese e
di ogni territorio dipende dal suo “capitale sociale”, dall’insieme delle “reti
di fiducia”, dei tessuti di relazione tra i vari attori che vi operano
(imprese, consumatori, lavoratori, fornitori, associazioni, enti pubblici,
ecc.). “Fiducia” come elemento di legittimazione di ogni attore e fattore di
crescita collettiva. “Fiducia” che richiede credibilità, trasparenza, rendicontazione,
collaborazione, reciprocità. La “fiducia” è la responsabilità sociale
dell’impresa nei confronti di chi investe, di chi presta capitale (capitale finanziario),
intelligenza (capitale umano), reciprocità (capitale sociale).[1]
Nelle imprese for profit
la spinta alla RSI è evidentemente un’esigenza dettata dal mercato, come
risposta ad una nuova domanda di eticità, di trasparenza, di rendicontazione
sui suoi comportamenti, sui risultati e sugli effetti di tali comportamenti.
Nasce, cioè, come nuovo orientamento gestionale, che si aggiunge a quelli più
recenti: orientamento al prodotto, al cliente, alla finanza, alla
globalizzazione, alla dimensione, al controllo, alla qualità, e oggi alla
responsabilità sociale. Del resto la cosiddetta CSR (corporate social
responsability) è concetto anglosassone nato appunto per le Corporate,
le imprese quotate in borsa, quindi grandi società. Ma già per le microimprese
e le PMI, che permeano il tessuto produttivo della nostra regione, occorre fare
una prima distinzione, come opportunamente si preoccupa di fare il Libro Verde
dell’Unione Europea, quando riconosce che numerose PMI assumono già la loro responsabilità sociale, in
particolare attraverso un impegno a livello locale.
Per le imprese cooperative
il discorso si fa ancora più specifico, come s’è già accennato, dato che esse integrano nella loro struttura gli interessi delle
altre parti interessate e assumono immediatamente responsabilità sociali e
civili; lo scrive ancora Libro Verde,
ma anche la recente Comunicazione della Commissione Europea sulla promozione
delle cooperative o l’ancora più recente Parere del CESE, il Comitato Economico
e Sociale Europeo, sulla PMI e le IES (imprese dell’economia sociale).
Nel
nostro mondo quando si parla di “responsabilità sociale di una cooperativa”
quasi si tende un po’ ad arricciare il naso, si pensa quasi ad una
contraddizione in termini, perché “una cooperativa è sociale per definizione”
(anche se la prassi può farsi carico in molti casi di metterlo in discussione).
La responsabilità sociale viene vissuta come elemento originario della
cooperativa, come valore intrinseco che sta nel proprio dna, anche per il sovrapporsi nella cooperativa
di figure e attori quali gli “azionisti”, i “clienti”, i “lavoratori”, che
generalmente sono soci dell’impresa.
Per una cooperativa, quindi,
si tratta semmai di un’esigenza di auto-riconoscimento e di legittimazione
permanente (o ri-legittimazione) della propria natura, della propria “funzione
sociale” riconosciuta dalla Costituzione, degli scopi mutualistici e dei
modelli di governance partecipata acquisiti nel proprio statuto
d’impresa.
È comunque interessante
notare come la RSI si stia qualificando anche come una sorta di fattore di
“convergenza”, tra etica ed economia, tra imprese for profit e non
profit, tra imprese capitalistiche e imprese cooperative.
La
nuova attenzione alla RSI, tende a portare le imprese capitalistiche a non
privilegiare più esclusivamente la massimizzazione del profitto e a rispondere
del suo operato nei confronti dei propri stakeholders. La forma pura di
impresa capitalistica si sta mettendo in discussione, e si orienta a creare
“reti”, “sinergie”, “partecipazione”, valorizzazione delle risorse umane,
orizzontalità e interscambiabilità piuttosto che gerarchia.
Un
nuovo percorso per cui sembra di assistere a una sorta di “convergenza verso
il centro”, con la cooperazione che si pensa sempre più impresa e l’impresa capitalistica
che inizia a pensarsi “sociale”;[2]
oppure, più coraggiosamente, con l’impresa capitalistica che tenderà a convergere verso il
modello cooperativo, e con il modello cooperativo che
tenderà a diventare dominante.[3]
Le imprese
cooperative, del resto, sono state in Italia le avanguardie di questo processo
di orientamento alla RSI, i primi bilanci sociali di imprese cooperative –
secondo gli standard più recenti – sono prodotti fin dalla fine degli anni ’80.
Legacoop ha una propria Carta dei valori e un proprio
Codice etico fin dai primi anni ’90, valido per la propria organizzazione
associativa e per le imprese aderenti, e lo statuto di Legacoop richiede alle
stesse imprese aderenti l’adozione del “bilancio sociale”. Da qualche anno il
nostro sistema produce “rapporti sociali” di settore e/o di territorio, anche
nelle Marche. Nelle
prossime settimane avvieremo un progetto che coinvolgerà un gruppo di nostre
cooperative, per accompagnarle nella redazione di bilanci sociali e nella
conoscenza dei vari standard di certificazione etica.
Coop
Adriatica, una delle nostre imprese
di eccellenza (cooperativa di consumatori, che opera nel settore della grande
distribuzione), da anni redige il proprio bilancio di sostenibilità, non più
solo consuntivo ma anche preventivo, ed ora chiede anche a tutti i propri
fornitori di essere certificati con SA8000.
Nonostante
ciò, non siamo ancora soddisfatti del grado di diffusione di questi strumenti
di rendicontazione sociale tra le cooperative, e il nostro impegno in questa
direzione sta crescendo (anche se, ci teniamo sempre a ribadirlo, per noi della
cooperazione il tema si presenta in modo molto diverso che per le altre forme
di impresa).
La proposta di legge presentata dal Gruppo Comunista
in Consiglio Regionale ha indubbiamente il carattere dell’innovazione, e quindi
è molto apprezzabile e benvenuta. Tende a promuovere “prassi socialmente
responsabili” nelle PMI (e nella PA), attraverso: l’istituzione di un Albo, il
riconoscimento di un titolo di priorità per l’accesso a contributi regionali,
per il rilascio di autorizzazioni amministrative e per la partecipazione a gare
d’appalto, incentivi finanziari per chi adotta tali “prassi”, il sostegno a
Enti o Associazioni per la promozione e la verifica, programmi d’informazione ai giovani ed
ai cittadini.
Quello della
promozione della RSI attraverso interventi normativi è tema nuovo, molto
delicato, e richiede che su alcune questioni ci sia il più possibile chiarezza
di intenti.
Innanzitutto andrebbe fatta
una riflessione di carattere generale: se e come la RSI possa essere introdotta
virtuosamente per adesione volontaria oppure per norma, o comunque
ricorrendo a incentivi più o meno vincolanti per l’impresa. Come si può ben
capire, su un tema come questo c’è bisogno di una grande cautela, perché
parliamo di “etica”, di “comportamenti socialmente responsabili”, di
trasparenza, coinvolgimento e rendicontazione nei confronti degli stakeholders:
in generale, la norma rischia sempre di svilire sul nascere le spinte
innovative, di sollecitare risposte burocratiche ad una domanda sociale
(Luciano Hinna).
Il progetto CSR del ministro
Maroni, per esempio, rischia molto proprio sotto questo profilo, tendendo a
trasformare un’esigenza sociale diffusa in un nuovo centralismo vincolistico, e
perfino in un escamotage per fare ancora una volta cassa, nel tentativo
di utilizzare le risorse delle imprese per finanziare il welfare e di vincolare
agevolazioni ed incentivi all’adesione a standard predefiniti.
Del resto lo
stesso Libro Verde dell’UE, da cui prende avvio la proposta di legge,
sottolinea l’autonomia responsabile delle imprese e il carattere volontario
nell’adozione di prassi socialmente responsabili.
Una seconda
questione è più interna alla stessa proposta di legge, ed è relativa a quali
“prassi socialmente responsabili” si vogliono promuovere, incentivare,
accertare, far valere come titolo di priorità.
Le forme di gestione e di
rendicontazione della responsabilità sociale sono già oggi numerose e
variegate, dal Codice etico e i relativi sistemi di controllo alla Carta dei
valori, dal Bilancio sociale e di sostenibilità a quello ambientale o etico,
dal Social & Ethical auditing al Social rating, fino alle
Certificazioni etiche nei vari standard (SA8000, AA1000, ecc.) corrispondenti a
diverse finalità.
Sotto questo
aspetto la proposta di legge appare poco chiara.
Nella Relazione si fa
riferimento ad una pluralità di prassi, dalla “adozione di principi di etica
aziendale” alla “rendicontazione etico-sociale” nella forma del “bilancio di
sostenibilità”, dalle “pratiche di ascolto e di coinvolgimento degli
stakeholders” a varie certificazioni, alcune più propriamente “etiche” (SA
8000, AA 1000) ed altre a valenza più generale (ISO 9000, ISO 14000, EMAS,
OHSAS 18001, SHMS).
Nell’articolato, invece, sembra quasi che si riduca
tutto ad unum, individuando la “certificazione” come unica condizione
necessaria e sufficiente; nei vari articoli, infatti, si parla di “norme e
certificazioni internazionali, comunitarie, nazionali” (art. 2), di
“certificazioni di prodotto e di servizio” (art. 2), di “sistemi di RSI …
propedeutici al conseguimento della certificazione” (art. 2), di “possesso
obbligatorio di certificazioni da parte di un organismo terzo abilitato … per
l’iscrizione all’Albo” (art. 4), di “certificazione di prassi socialmente
responsabili” (art. 6); più nel dettaglio, poi, l’art. 6 fa riferimento
espressamente a “processi di certificazione attinenti la qualità (e per questo la
Relazione sembrerebbe indicare la ISO 9000), l’ambiente (in Relazione ISO 14000
e EMAS), la sicurezza (in Relazione OHSAS 18001 – SHMS), “la RSI e corretta
gestione delle risorse umane (in Relazione SA8000), “il bilancio etico e la
RSI” (in Relazione AA 1000). Peraltro, infine, le stesse spese ammissibili non
sono ben individuabili all’art. 6.
Intanto andrebbe notato che per alcune di queste
certificazioni già la LR 13 del 2000 si preoccupa di incentivarne l’adozione,
in particolare per le certificazioni di qualità aziendale (ISO 9000) e di
gestione ambientale (ISO 14000, EMAS).
Ma la questione principale sembra essere del perché,
volendo incentivare pratiche socialmente responsabili, ci si debba riferire
esclusivamente alle certificazioni, determinate persino nella tipologia e nel
numero. Il problema si pone per il fatto che, come si sa, gli standard
esistenti sono molti e comunque assolutamente non esaustivi per l’accertamento
di tali pratiche; e
se non sono esaustivi, quando se ne volessero individuare per legge alcuni che
darebbero “titolo di priorità” per l’accesso a contributi e in gare e appalti,
occorre maneggiare il tutto con estrema cautela.
L’approccio a questi aspetti deve essere, allora,
molto aperto e l’esito finale non può prescindere da un percorso approfondito
di ricerca e di confronto.
Noi
riteniamo, per esempio, che, senza nulla togliere ad una loro innegabile
utilità, le certificazioni non possano assumere il valore di condizione
necessaria e sufficiente per attestare l’adozione da parte delle imprese di
prassi socialmente responsabili. Per le imprese cooperative, in particolare,
anche per il fatto che in quanto tali esse assumono immediatamente responsabilità sociali e civili (come riconosce il Libro Verde dell’UE), la prassi
principale da incentivare possa essere quella della
rendicontazione sociale e del Bilancio Sociale di sostenibilità, secondo
standard già diffusi (GBS, Q-Res) ma non solo, eventualmente (se proprio si
volesse tendere ad una qualche forma di validazione) anche secondo orientamenti
definiti ex ante e/o “valutati” ex post da un comitato
scientifico insediato allo scopo; un soggetto che potrebbe anche operare da
centro di raccolta, documentazione, diffusione e sviluppo delle prassi e delle
forme adottate dalle imprese, offrendosi come sede autorevole di riferimento e
come volano di un circuito virtuoso che solleciti competizione anche in questo
ambito.
In conclusione, riteniamo
che il diffondersi di prassi
certificative vada certamente assecondato, favorito ed incentivato anche
attraverso azioni positive del pubblico, che questi standard non
esauriscano tutta la capacità di intervento e di interpretazione della
responsabilità sociale e che il problema centrale non sia la forma ma il
contenuto, che andrebbero definiti livelli qualitativi e gradi di trasparenza
minimi da indicare alle imprese, che si potrebbe attivare una sorta di “quasi
mercato” reputazionale nel quale le imprese si possano confrontare.[4]
Con questo, lo ripetiamo ancora una volta,
non si vuol negare valore alla certificazione, ma sostenere ancora di più lo
sforzo di tutti coloro che aggiornano nel quotidiano buone pratiche ed impegno
di ricerca. Se poi alla certificazione si vuol attribuire una funzione di
qualificazione stabile del valore sociale di una impresa, con la finalità di
riconoscergli condizioni di vantaggio da parte dei pubblici poteri, la
riflessione si fa ancora più complicata ed una valutazione decisamente molto
più cauta.
Quindi: si a indirizzi e regole da
parte del pubblico che promuovano e favoriscano la diffusione della RSI, ma
quando assumano la forma dell’incentivazione, non dovrebbero imporre indirizzi
o standard (che non necessariamente sono in grado di rappresentare la ricchezza
delle prassi di tutte le imprese, a cominciare da quelle cooperative), né
introdurre forme di selezione che potrebbero trasformarsi immediatamente in
forme di, sia pure involontaria, discriminazione.
Il confronto sulla proposta di legge,
che si apre oggi e che proseguirà in Consiglio Regionale, sarà quindi molto
utile e darà a tutti noi la possibilità di portare il nostro contributo.
[1] Mario P. Salani, Responsabilità, mutualità e rendicontazione sociale nelle cooperative, in Rivista “Il Ponte”, Firenze, ott.-nov. 2003; Responsabilità sociale e governance partecipata come fattori genetici della cooperazione, in “Responsabilità sociale d’impresa e cooperazione. L’etica come identità”, Ancona, 2004.
[2] Luigino Bruni, L’identità dell’economia sociale tra gratuità e mercato, in Rivista “Il Ponte”, Firenze, ott.-nov. 2003.
[3] Stefano Zamagni, Conferenza Provinciale della Cooperazione, Macerata, 8 maggio 2004; vedi anche La responsabilità sociale dell’impresa: presupposti etici e ragioni economiche, in Rivista “Il Ponte”, Firenze, ott.-nov. 2003.
[4] Legacoop, Responsabilità e rendicontazione sociale, Roma, 16/12/2003.