ETICA ED ECONOMIA
Responsabilità sociale e impresa cooperativa
Università di Macerata, 22 aprile 2004
Oggi presentiamo due libri di grande
interesse: “L’impresa giusta, responsabilità e rendicontazione sociale nella
cooperazione” (Il Ponte, 2003) e “La responsabilità sociale di impresa” (Franco
Angeli, 2004); ne discutiamo con il Prof. Vitantonio Gioia, Preside della
Facoltà di Scienze Politiche, e con alcuni degli autori: il Prof. Mario Salani
dell’Università La Sapienza di Roma e il Prof. Luigino Bruni dell’Università di
Milano-Bicocca, che hanno scritto su Il Ponte, e il prof. Francesco Totaro
dell’Università di Macerata, che ha scritto sul libro della Fondazione Acli
Milanesi.
Con gli autori vogliamo parlare
di impresa, del suo agire economico e delle connessioni di questo agire con la
dimensione etica e sociale, della responsabilità dell’impresa nei confronti
della società e di come tutto questo si presenta in quella forma particolare di
impresa che è la cooperativa; ma anche di come l’impresa cooperativa, a
differenza delle altre imprese, abbia nel suo DNA la responsabilità sociale
come elemento costitutivo.
Per introdurre il tema del
rapporto tra etica ed economia si potrebbe partire da lontano (magari con il
Prof. Gioia che da storico delle dottrine economiche potrebbe fare da guida);
dal '700 con Antonio Genovesi, le sue Lezioni di economia civile e la
“fiducia pubblica” posta al centro dell’agire economico (ne parla anche il
Prof. Bruni sul Ponte); o da Adam Smith, padre classico del liberismo, e il suo
“codice di moralità mercantile” (magari nelle rielaborazioni recenti di Amartya
Sen); o da Robert Owen, l’utopista inglese che avviò il movimento di riforma
delle fabbriche e ispirò la prima società cooperativa dei Pionieri di
Rochdale; oppure, ancora, dagli economisti della scuola di Cambridge, con
l’attenzione dedicata alle “reputazione commerciale” (Marshall) o ai rischi di
erosione della fiducia nell’imprenditore (Keines); fino alle più moderne
elaborazioni, dagli anni ’50, sulla RSI.
Ci si potrebbe avventurare
anche sul nesso tra razionalità etica ed economica dell’agire umano, ma su
questo sarà molto più interessante ascoltare tra poco il Prof. Totaro.
Vorrei invece avviare questa riflessione
collettiva richiamando un piccolo fatto, che a me sembra però molto
significativo: l’ultimo numero del mensile Altroconsumo ha pubblicato un’inchiesta sulla “Responsabilità
sociale delle case automobilistiche” – valutandole sulla base della costruzione
di veicoli a minori consumi, meno inquinanti, più sicuri – e di processi
produttivi che rispettino la trasparenza, i diritti dei lavoratori, l’ambiente
(in realtà è già la terza inchiesta di questo tipo: a giugno 2003 sulle
calzature da jogging, a febbraio 2004 sulla coltivazione e l’importazione di
banane, e sicuramente altre ne seguiranno).
Allora, se anche associazioni di
consumatori molto serie e molto diffuse utilizzano la RSI come parametro di
valutazione, dando “voti” ai prodotti non più solo sulla base del rapporto
qualità/prezzi, com’era di solito, ma sempre di più anche sulla base di
valutazioni di impatto sociale e ambientale, significa che qualcosa,
probabilmente, sta cambiando davvero.
Del resto sono in molti a sottolineare
come la nuova coscienza del cittadino-consumatore sia tra le ragioni del
riemergere del tema RSI, e gli stessi libri che stasera presentiamo ne parlano
(come Stefano Zamagni ne Il Ponte e Romano Prodi nel libro delle Acli).
Però un dato è certo, fin qui è
prevalsa l’idea di una sfera economica nettamente separata da una dimensione
etica e sociale, fino all’ubriacatura liberista riemersa negli ultimi decenni,
che ha portato alle estreme conseguenze le tesi più classiche dell’economia
capitalista: dalla “mano invisibile del mercato” alla “massimizzazione del
profitto” come unica legittimazione dell’impresa di fronte alla società (Milton
Friedman), fino a teorizzare che sarebbe stato lo stesso sviluppo economico, e
la sua intrinseca capacità di autoregolazione, a risolvere i problemi sociali
ed ambientali da esso stesso provocati.
È però altrettanto innegabile
che oggi è in atto una tendenza nuova, sia dal lato dell’organizzazione
aziendale – quando si vanno affermando schemi di impresa c.d. piatta,
partecipata, che valorizza la “risorsa umana” – sia per il fatto che
assistiamo, più complessivamente, al riemergere del tema di una dimensione non
solo economica dell’attività dell’impresa; una tendenza che peraltro sembra
attingere proprio al patrimonio storico dei valori e dei modelli dell’impresa
cooperativa.
Su questo, per la verità, è
intrigante - e un po’ provocatoria - l’ipotesi che fa il Prof. Bruni su Il
Ponte: che cioè sembra di assistere a una sorta di “convergenza verso il
centro”, con la cooperazione che si pensa sempre più impresa e l’impresa
capitalistica che inizia a pensarsi “sociale”.
Il tema della RSI è quindi diventato un tema di forte attualità. Basta vedere il dibattito che si è diffuso dopo le vicende di corruzione degli anni ’90, e ancor più dopo i recenti casi Enron in USA e Parmalat/Cirio in Italia, che hanno riaperto con forza riflessioni di fondo sulle forme attuali del capitalismo, un “capitalismo senza etica”, come molti lo hanno definito.
Oppure guardare a come la riforma del
diritto societario abbia posto al centro dello statuto dell’impresa i sistemi
di governance, di trasparenza e, per l’impresa cooperativa, lo scopo
della mutualità. O ancora il recente programma del Ministero del Welfare (su
cui però non è il caso qui di dilungarci troppo). Fino ad arrivare ai vari
programmi di Istituzioni locali, ad alcune amministrazioni provinciali che si
vogliono misurare con ipotesi di “codici etici” per le imprese, oppure alla
recentissima proposta di legge regionale presentata nelle Marche.
Per inquadrare meglio il tema, è
comunque evidente che non possiamo non rifarci all’Unione Europea e al suo Libro
Verde sulla responsabilità sociale delle imprese.
Scrive il Libro Verde che il
concetto di responsabilità sociale delle imprese significa, essenzialmente, che
esse decidono di propria iniziativa di contribuire a migliorare la società e
rendere più pulito l’ambiente; che la
responsabilità sociale va inquadrata come una delle componenti
dell’identità dell’impresa, responsabilità che
si esprime nei confronti dei dipendenti e, più in generale, di tutte le parti
interessate all’attività dell’impresa ma che possono a loro volta influire
sulla sua riuscita.
Da dove nascerebbe questa nuova attenzione alla RSI? Un numero
sempre maggiore di imprese – scrive il Libro
Verde – promuove strategie di responsabilità sociale in risposta ad una
serie di pressioni sociali, ambientali ed economiche. Lo scopo è di inviare un
segnale alle varie parti interessate con le quali hanno rapporti: lavoratori
dipendenti, azionisti, investitori, consumatori, poteri pubblici … In questo
modo, le imprese investono nel loro avvenire e sperano che il loro impegno
volontario contribuirà ad aumentare la loro redditività.
Quindi, strategie di
responsabilità sociale sia per rispondere ad un’esigenza generale, sia per
rafforzare la competitività dell’impresa.
Il Libro Verde recepisce e amplifica alcuni concetti che in
questi anni si vanno sempre più affermando, concetti come investimento impegnato
o solidale, codice di condotta, cittadinanza d’impresa e governo d’impresa, valutazione dell’impatto
ambientale e dell’impatto sociale, audit etico e audit sociale, commercio etico
e commercio equo, soggetto interessato (stakeholder) e capitale sociale,
triplice approccio (prestazioni globali di un’impresa misurate in funzione del
suo contributo combinato alla prosperità, alla qualità dell’ambiente e al
capitale sociale).
La responsabilità sociale – scrive ancora
il Libro verde – riveste un’importanza per tutti i tipi di imprese e per
tutti i settori di attività, dalle PMI alle multinazionali. Però poi distingue: prende atto che oggi è
promossa prevalentemente da grandi società;
poi riconosce che numerose PMI assumono
già la loro responsabilità sociale, in particolare attraverso un impegno a
livello locale. Ma soprattutto riconosce che
le cooperative e tutte le forme di imprese di tipo cooperativo, mutualistico o
associativo, integrano nella loro struttura gli interessi delle altre parti
interessate e assumono immediatamente responsabilità sociali e civili.
L’Unione Europea sembra credere
realmente a questo riconoscimento, se lo richiama anche in altri documenti più
recenti, come la Comunicazione della Commissione del 23 febbraio 2004
“sulla promozione delle società cooperative in Europa” e il Parere
espresso il 22 marzo scorso dal CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo)
sul “ruolo delle PMI e delle IES e la diversificazione economica nei paesi
in via di adesione”.
Nella sua Comunicazione la CE scrive che
le potenzialità delle cooperative non sono state ancora interamente sfruttate, e
che il loro ruolo è sempre più importante e positivo per realizzare molti
degli obiettivi comunitari per la politica dell'occupazione, l’integrazione
sociale, lo sviluppo regionale e rurale. Ma conferma anche, appunto, che le
cooperative perseguono obiettivi sociali o ambientali più ampi, nell'interesse
dei loro membri e nell’interesse collettivo più generale.
Nel Parere del CESE si legge,
ancora più compiutamente, che le cooperative sono imprese caratterizzate dal
primato del loro obiettivo sociale sulla massimizzazione del profitto - il che
crea spesso un legame con il territorio e lo sviluppo locale - e dalla
soddisfazione di bisogni che gli altri settori dell'economia non possono
soddisfare da soli. I loro valori di fondo sono: solidarietà, coesione sociale,
responsabilità sociale, gestione democratica, partecipazione, autonomia.
Questo
riconoscimento significa certo che le cooperative esprimono una forte diversità
rispetto alle altre forme di impresa, che le imprese cooperative hanno la RSI
nel loro DNA come proprio elemento costitutivo (e di questo parla
diffusamente il Prof. Salani sul Ponte). Ma un tale riconoscimento
significa anche che solo per questo le cooperative sono immuni da rischi
di irresponsabilità sociale?
Sicuramente e purtroppo no, perché il problema (e anche qui nel Ponte
vi sono contributi di grande interesse) è quello della direzione generale
verso la quale si muove la società nel suo insieme, e la cooperazione è una
parte dell’insieme, e se questo insieme tende a corrompersi anche le sue parti
rischiano di non sfuggire agli influssi di questa corruzione.
Non è
un caso, comunque, che i primi “Bilanci Sociali” di imprese italiane siano
stati prodotti da società cooperative sin dalla fine degli anni ’80, o
che sempre più cooperative (a cominciare dal sistema delle grandi cooperative
di consumatori come la Coop) abbiano scelto di aderire e di praticare lo
standard della certificazione etica SA-8000.
Non è un caso neanche, però, che in
questa nuova fase di attenzione alle tematiche della RSI e delle sue forme di
rendicontazione, tra le imprese “lucrative” rischino di emergere atteggiamenti
più o meno strumentalmente interessati, più orientati, magari, a operazioni di
facciata piuttosto che di rinnovamento radicale, a strategie di immagine
e di marketing aziendale piuttosto che di effettiva eticità dei
comportamenti economici.
Del resto gli stessi standard di
rendicontazione sociale (bilanci sociali o certificazioni, strumenti
volontari o controlli esterni) non esauriscono certo il tema della RSI, e il
problema si concentra sempre più su quale debba essere il contenuto di
una qualunque certificazione o rendicontazione sociale.
Proprio questo è il dibattito al quale i
contributi di questo incontro e i contenuti nei due libri che oggi presentiamo,
portano indubbiamente un contributo molto interessante.