OBIETTIVO EUROPA PER I BALCANI:
UNA SFIDA E UN’OPPORTUNITÀ PER LE IMPRESE COOPERATIVE
Venerdì 18 Giugno 2004
Intervento di:
SIMONE MATTIOLI, Presidente Legacoop Marche
“Riflessioni per i Balcani: rapporto
pubblico-privato,
governance locale e sviluppo economico”
Il
movimento cooperativo in Europa conta quasi 5 milioni di addetti, oltre 140
milioni di soci e 300.000 cooperative presenti in tutti i paesi dell'Unione.
PREMESSA
Ad Oslo, nel settembre
scorso, alla conferenza dell’ACI, importanti persone di questo pianeta ci
inviarono dei messaggi belli e responsabilizzanti. Il papa, il presidente delle
Nazioni Unite, quello dell’ILO, alcuni premi Nobel, ecc. ci scrissero non
perché noi siamo quella realtà che ha alla base della propria storia e identità
nobili valori ed etici principi. Ci scrissero perché noi, le cooperative, siamo
in grado di dare una risposta alle due grandi piaghe del nostro pianeta: la
fame e il lavoro, come è scritto nella risoluzione 193 dell’ILO che sostiene
fortemente lo sviluppo cooperativo per questi precisi motivi.
La forma cooperativa,
meglio di qualunque altra forma di impresa sa come rispondere a questi due
grandi problemi dell’umanità.
Ricordava il presidente
dell’ACI, Ivano Barberini, che in certi paesi, “un sostegno dall’estero è
essenziale perché da soli non ce la faranno mai; e che la cooperazione ha un
importante ruolo in questi processi perché, grazie alle cooperative, è
possibile migliorare la qualità della vita e la libertà di molta gente”.
Ecco perché, per quanto
riguarda i Balcani, dove la fame non dovrebbe essere un problema, ma il lavoro,
l’occupazione e la conseguente libertà delle persone sì, dobbiamo anche
sentirci questo tipo di responsabilità.
Per molti di noi, queste
responsabilità risalgono ad una decina di anni fa, quando i Balcani entrarono
nella nostra vita in modo traumatico, con una guerra che pochi immaginavano
potesse accadere. Molti italiani, organizzazioni di vario genere, tra cui
diverse cooperative risposero energicamente sul fronte degli aiuti umanitari.
È stato nell’immediato
dopoguerra, grazie soprattutto al lavoro di molte organizzazioni non
governative italiane e internazionali, che nacquero e nel tempo si
consolidarono rapporti importanti fra le ricostruite e ancora deboli
istituzioni locali e organizzazioni del nostro paese, fra cui anche
cooperative.
Questa presenza nei
Balcani, delle nostre cooperative come di altri soggetti, è nata come
intervento solidaristico, che nel tempo, quando non si è trattato di un’azione
sporadica, si è trasformata in una vera partnership fra territori.
FARE
COMUNITÀ PER FAR RINASCERE I BALCANI.
Un
concetto di fondo per immaginare e
interpretare i Balcani che hanno come obiettivo l’Europa, ma che sono anche
obiettivo dell’Europa, è quello della rinascita dei Paesi di quell’area. Una
rinascita che può avvenire solo con l’autogoverno
democratico delle comunità.
Nei
Balcani c’è bisogno di ricucire un legame fra i cittadini e le istituzioni
pubbliche, fondato sulla partecipazione e su un diffuso sistema di autonomie
locali anziché su rapporti gerarchici e di delega. C’è bisogno di rinsaldare
legami sociali. C’è bisogno di fare
comunità.
Per
fare comunità l’impresa, e soprattutto l’impresa cooperativa, ha da giocare
molte carte sul tavolo delle sfide contemporanee che deve affrontare e può
ricavare grandi opportunità per i propri obiettivi di crescita.
I PROGETTI DI LEGACOOP MARCHE
È con questa forte
convinzione che Legacoop Marche – in quanto soggetto operante in una regione
tra le più esposte e attive, a partire dalla metà degli anni ‘90, nei confronti
dell’Area Balcanica: prima con interventi di solidarietà che fronteggiavano le
emergenze a tutti note, poi con rapporti di cooperazione – è diventata fra i principali
protagonisti della rete territoriale capace di instaurare nel tempo solidi
rapporti di collaborazione con i territori dell’altra sponda dell’Adriatico
partecipando, in prima persona o attraverso le proprie associate, ad una
significativa serie di progetti, tra cui i più recenti:
1.
Un
seminario, organizzato a Tirana dalla Banca Mondiale, sulla riforma della
gestione dei servizi socio-sanitari alla luce della nuova legge sul
decentramento amministrativo.
2.
Siamo
partner attivi, sempre in relazione alla gestione dei servizi sociali, della
Regione Marche nell’ambito dei progetti finanziati dal Ministero Affari Esteri
con la legge 84/2001 per la ricostruzione dei Balcani.
3.
Un
seminario a Doboj, nella Repubblica Srpska di Bosnia, organizzato
congiuntamente da organizzazioni e governi locali, in cui siamo stati unici
ospiti internazionali, su come favorire il coinvolgimento della società civile
nella gestione della cosa pubblica.
4.
Siamo
partner in un progetto di cooperazione decentrata finanziato sempre dal Ministero
Affari Esteri in Bosnia, grazie ad un consorzio di cooperative associate.
5.
Incontri
pubblici a Spalato e Zara, organizzati dal movimento cooperativo croato per
approfondire le conoscenze sul rapporto fra ente pubblico e cooperazione nel
nostro territorio.
6.
Il
20 e 21 aprile scorso ha partecipato, insieme alla rappresentanza della Regione
Marche, al Forum delle Camere di Commercio dell’Adriatico e dello Ionio
organizzato a Neum, nella stretta striscia adriatica bosniaca. Durante tale
evento ha potuto confrontarsi con i rappresentanti istituzionali dei Paesi
dell’Area e con quelli degli operatori dei settori ittico, agricolo e turistico
al fine dare vita a strategie comuni di sviluppo dell’Adriatico.
7.
rapporti
costanti in questo ultimo anno con l’organizzazione delle cooperative croate
per la nascita della cooperazione sociale in Croazia.
LEGACOOP E LE COOPERATIVE
Sulla spinta delle
comunicazioni della Commissione Europea, in seguito al consolidamento della
situazione politica, la firma da parte dei Paesi dell’area degli Accordi di
Stabilizzazione ed Associazione con l’Unione e quindi l’avvio di programmi per
lo sviluppo di interventi di cooperazione fra istituzioni e fra soggetti
dell’economia italiana e balcanica (INTERREG III, CARDS, ecc), anche Legacoop
Marche ha iniziato a vedere nei Balcani
opportunità di mercato per le proprie cooperative.
Il primo passo in questa
direzione è stato quello di attivare un servizio di internazionalizzazione che
potesse informare le cooperative sulle opportunità presenti e soprattutto,
trattandosi per la maggior parte di piccole e medie imprese cooperative, di aggregarle attorno ad un obiettivo comune.
Le difficoltà sono
tante, prima fra tutte proprio la mancanza di risorse umane delle cooperative,
ma le idee non mancano.
Alcuni elementi che
hanno contraddistinto questi mesi di lavoro, sono stati:
-
La
collaborazione con gli immigrati presenti nel nostro territorio.
Ci siamo da tempo
impegnati con le nostre cooperative a promuovere corsi di formazione
professionale per favorire l’integrazione nel nostro tessuto produttivo, corsi
di lingua fino a valorizzare la loro grande importanza per consolidare
relazioni di cooperazione economica nei loro Paesi di provenienza.
-
Il
sostegno dello sviluppo in loco dell’associazionismo.
La mancanza della
cultura dell’associazionismo fra soggetti economici è una delle principali
cause di debolezza del sistema economico dell’area e soprattutto della
difficoltà di accesso di tali soggetti a forme di credito. Legacoop Marche ha
promosso la collaborazione, con altre associazioni del territorio marchigiano,
con agenzie per lo sviluppo d’impresa locali nate con l’obiettivo di dare vita
ad una qualche forma di associazionismo fra imprenditori (come ad esempio
l’Associazione Link di Mostar).
-
La
collaborazione con le altre associazioni di categoria.
La rete sul territorio
regionale con le altre associazioni ci è stata di aiuto per integrarci in un
circuito informativo e di relazioni fondamentale per l’avvio di missioni e
programmi di cooperazione. Legacoop Marche è nel consiglio di amministrazione
della Camera di Commercio Italo-Albanese e di quella Italo-Croata entrambe
istituite presso la Camera di Commercio di Ancona, insieme a rappresentanti del
sistema bancario locale, di quello industriale e di quello artigiano.
-
L’importanza
della formazione
Abbiamo lavorato per
favorire, sia presso le nostre strutture, che in diverse città dei Balcani
appuntamenti formativi in tema di sviluppo socio-economico sostenibile e di
programmazione partecipata degli interventi.
-
La
fornitura di assistenza tecnica e di consulenza diretta agli organi di governo
dei Paesi dell’Area,
da parte dei soggetti istituzionali italiani nel
settore economico come in quello delle infrastrutture.
-
La
nascita di un rapporto pubblico/privato di valore
A partire dalla nostra
esperienza, più di ogni altra cosa, riteniamo fondamentale sostenere nell’area
l’affermazione di regole certe, che assegnino ruoli e funzioni chiare ai
diversi attori attivi sui territori e rendano trasparenti i rapporti che si
instaurano.
SOSTENERE UNA NUOVA GOVERNANCE LOCALE
Per noi è importante
riconoscere come la nascita di un solido rapporto pubblico/privato (per la
programmazione delle attività economiche, la gestione dei servizi, la
risoluzione dei problemi del territorio in generale) sia legata alla nascita di una governance locale di cui
confronto, concorrenza e cooperazione fra gli attori locali sono gli elementi
chiave del conseguente sviluppo socio-economico di questi territori.
Le esperienze anche personali
maturate sul campo mi hanno convinto del potenziale che noi italiani (imprese,
ong, organizzazioni, associazioni, …) abbiamo nell’area di contribuire alla
costruzione ed alla valorizzazione della governance locale e lo sviluppo del
rapporto/pubblico privato porta a questo risultato.
Abbiamo cioè la
possibilità, attraverso progetti e programmi di varia natura di contribuire, in
realtà profondamente stataliste fino a non molto tempo fa, all’implementazione
di politiche di sviluppo economico favorevoli per entrambe le sponde
dell’Adriatico in grado di coinvolgere tutti i protagonisti dei territori
coinvolti.
Diversi sono stati, in
questi ultimi cinque anni, gli impatti con questa visione. Faccio l’esempio del
seminario sulla riorganizzazione dei
servizi sociali, svolto a Tirana lo scorso anno. Ci trovavamo in una realtà
in cui la nuova legge (redatta da USAID) dava maggiori poteri alle municipalità
ed ai comuni, ma non ancora la facoltà di gestire le risorse economiche. Gli
albanesi non sapevano come applicarla e, sia le istituzioni pubbliche che le
associazioni del Terzo Settore, hanno chiesto a noi italiani, in base alla
nostra esperienza, come poter applicarla, ricavando concreti benefici dal
confronto.
IL DECENTRAMENTO AMMINISTRATIVO
Si è entrati in tutti i
Paesi Balcanici in una fase di decentramento
delle funzioni e dei poteri, ma che vede ancora una forte dipendenza delle
amministrazioni locali dall’erogazione di fondi da parte del governo centrale,
aggravata dalla mancanza di entrate proprie effettive.
Di fronte a queste
numerose restrizioni, dovute alla dipendenza verso i fondi allocati dal governo
centrale ed al controllo da esso esercitato, i governi locali si trovano
impossibilitati a svolgere le crescenti responsabilità di cui sono investiti.
Eppure il decentramento
amministrativo è la chiave per la realizzazione di un sistema integrato di
interventi e servizi dedicati alla protezione sociale attiva (nel quadro della
programmazione complessiva), indispensabili, cioè, per garantire nel tempo
stabilità e sostenibilità del processo di sviluppo, coesione economica e
sociale.
È nell’apertura al
territorio ed alla collaborazione con i soggetti del mondo privato, che i Paesi
Balcanici dovranno giocare la propria sfida. Questa sfida, dell’integrazione
pubblico-privato, è in parte anche l’esperienza delle nostre cooperative. A
questo proposito, la stessa Commissione
Europea in una sua comunicazione ha sottolineato quanto l’impresa
cooperativa possa fare per questi paesi e per quelli appena entrati, grazie al
modello di sviluppo del territorio di cui è portatrice.
Abbiamo la necessità
imprenditoriale e la responsabilità cooperativa di favorire la costruzione di
rapporti di partnership fra le istituzioni e i soggetti locali dell’area
maggiormente credibili. Rapporti basati su reciproca responsabilità,
informazione e finanziamenti, trasparenza e libera concorrenza, partecipazione
e coordinamento.
Dobbiamo dire basta alle
partnership fra istituzioni e governi balcanici da una parte e grandi organizzazioni
internazionali dall’altra.
Se è vero che la
cooperazione nasce responsabile, che è responsabile per definizione. Se è vero
che la cooperazione è un’impresa strutturata per assicurare il massimo di
partecipazione interna ed esterna a sé stessa, allora è un’altra la trama
socio-economica che dobbiamo favorire per la definizione del miglior contesto
possibile per le nostre responsabilità e i nostri obiettivi di cooperativa.
In questo, abbiamo anche
le indicazioni della UE sul tema della Responsabilità
Sociale d’Impresa a sostenerci. Nel “Libro Verde” il riferimento alla
nostra esperienza è chiaro ed esplicito, quando si segnala in modo diretto che
occorre guardare proprio alla cooperazione per un riferimento concreto e
significativo su questi temi.
LA DIMENSIONE GLOCALE
Dentro questo quadro, un
altro nostro indiscutibile obiettivo deve essere la valorizzazione della
dimensione glocale: ossia riconoscere l’esistenza di un legame diretto tra
decentramento amministrativo, diffusione della democrazia, accrescimento delle
capacità di governance locale e quindi delle opportunità di uno sviluppo
economico sostenibile.
Una valorizzazione che
deve avvenire nella dimensione, cito Aldo Bonomi, del “cooperar competendo”, delle imprese che si coagulano e fanno sistema,
fra loro e con gli altri protagonisti della grande trasformazione, come i nuovi
banchieri, i sindaci delle città-regione, i consorzi di comuni di medie
dimensioni, i presidenti delle CCIAA e con i direttori delle altre grandi
autonomie funzionali (fiere, porti, aeroporti, interporti, università, …).
Imprese che si coagulano insieme ad altri soggetti nelle geocomunità territoriali. Delle piattaforme territoriali, dotate di
imprese che fanno molla dal locale al globale; di banche con reti di sportelli
locali connesse a reti lunghe finanziarie e bancarie europee ed extraeuropee;
di sistemi logistici atti a scambiare merci, saperi, informazioni.
D’altronde l’area Balcanica racchiude in sé
tutte le risorse (fisiche, umane, finanziarie) necessarie per avviare percorsi virtuosi di sviluppo locale,
richiedendo di conseguenza una forte azione di raccordo e di stimolo dei
numerosi attori sociali attivi.
Da qualche giorno abbiamo alle spalle un
appuntamento elettorale importante, quello per l’elezione del parlamento
europeo. Per la concomitanza con l’altro appuntamento elettorale delle
amministrative non c’è stata la possibilità di parlare come si sarebbe potuto
di Europa, di questa nuova Europa e dei suoi vecchi stati. Avremmo con più
forza preso coscienza del fatto che lentamente sul piano istituzionale, ma
celermente su quello delle relazioni stiamo andando a costituire un’Europa
sempre meno degli stati-nazione e sempre più un’Europa delle comunità, dei territori che si coagulano, fanno
sistema e diventano geocomunità: Euro-regioni.
Questo processo, per l’economia, per le imprese,
per le cooperative e la loro economica sociale è di stragrande importanza. È un
processo che ha bisogno della nostra presenza e del nostro contributo, così
come le nostre imprese cooperative, per i loro obiettivi di sviluppo
internazionale, hanno bisogno di queste piattaforme locali.
IL RUOLO DELL’ITALIA, FRA ZONE FRANCHE E AREE DI LIBERO
SCAMBIO.
Come emerge dalle
ricerche sui mercati dell’area, svolte dal Ministero per le Attività produttive
(anch’esso promotore di interventi all’interno della Legge 84 per la
ricostruzione dei Balcani), quella balcanica è un’economia particolarmente
dinamica in termini di capacità di generare effetti moltiplicativi del reddito.
Anche per ciò, l’attenzione degli operatori economici italiani e delle autorità
balcaniche è sempre più tesa allo sviluppo di rapporti economici di un certo
rilievo (un esempio ne è la promozione della zona franca di Bjielovar
in Croazia: incentivi agli investitori stranieri che voglio dare vita ad
impianti produttivi nella zona).
In un documento del 13
novembre 2003, il Ministero Attività Produttive espone i vantaggi e le
prospettive relative alla costituzione di un’area di integrazione commerciale
(libero scambio) nell’Europa del Sud Est, compresa l’Area balcanica. Dalle
analisi contenute in tale documento, emerge come la creazione di un’area di
libero scambio effettiva diventi vitale per le economie dei sette paesi
dell’Area in questione (Albania, Bosnia, Croazia, Bulgaria, Macedonia, Romania,
Serbia-Montenegro).
Attualmente il livello
degli scambi tra i Paesi dell’Area è particolarmente basso. Forte è invece il
grado di integrazione con l’Unione Europea ed in particolare con l’Italia.
Basti dire che l’Italia è destinataria del 36,86 % delle esportazioni
dell’intera Area verso l’UE; mentre le importazioni provenienti dall’Italia
rappresentano il 29,45 % di quanto i sette Paesi dell’area importano dall’UE.
Questo fatto credo sia la conferma di un’altra
sfida-opportunità che abbiamo di fronte: quella dei rapporti privilegiati (che
hanno una storia di secoli) che buona parte di quell’Area ha con il nostro
paese e che dovremmo considerare nel momento in cui pensiamo al nostro modo di
relazionarci e collocarci come imprese e come geocomunità territoriali, per
dirlo ancora con Bonomi, nei Paesi Balcanici.
Tutti i Paesi dell’area
balcanica, con la sola eccezione della Romania, mostrano, per quanto riguarda
il commercio internazionale le caratteristiche del “piccolo paese”: mercato
interno modesto, dipendenza forte dalle esportazioni all’estero, condizione di
chi deve subire le regole ed i prezzi fissati altrove, con limitate possibilità
di significative reazioni. Per un’area siffatta, la creazione di forme
d’integrazione regionale (sempre le famose geocomunità territoriali) diventa
essenziale, più importante che per altri paesi: uno strumento solidale di
sviluppo e di difesa.
Inoltre, essa porterebbe
ad una maggiore stabilità delle politiche nazionali. Trattandosi di
delocalizzazione produttiva di parte di medie e piccole imprese, l’attrazione è
naturalmente tanto maggiore quanto il
paese si presenta affidabile, con serie prospettive che il quadro fiscale,
economico, politico, non subisca sostanziali modificazioni.
Non è poi da sottovalutare,
che mentre per Croazia, Romania e Bulgaria il processo di integrazione
nell’Unione Europea è ormai in dirittura d’arrivo, per gli altri Paesi
dell’area assume tempi biblici, da qui l’importanza e l’interesse, anche per i
Paesi stessi, che riveste per l’Europa una simile area di libero scambio.
L’area di libero scambio nell’Europa del Sud-Est è, al momento attuale, una
costruzione concretamente realizzabile sulla base della rete dei 21 accordi
commerciali sottoscritti tra i 7 paesi (Bosnia, Albania, Croazia, Serbia
Montenegro, Romania, Bulgaria, Macedonia) e con l’associazione esterna della
Moldavia. Il comune impegno dei paesi ad armonizzare le procedure
dell’interscambio secondo gli standard dell’OMC e dell’UE, nonché la clausola
che vincola i membri all’ampliamento e approfondimento dell’integrazione tra
loro stessi, sono l’ulteriore garanzia per gli auspicabili sviluppi di medio
termine.
Risultato di rilievo, se
si realizzasse l’analisi contenuta nel suddetto documento, la fine della logica
degli accordi bilaterali e l’inizio di una vera politica di area.